Oggi faremo un viaggio un po' diverso. Non andremo in paesi fantastici, non viaggeremo nel tempo ma l'itinerario sarà davvero speciale. Dalla verde Irlanda, voleremo in America per un percorso “on the road” i cui ingredienti principali saranno la memoria, la musica e la ricerca di sé.
“Qualcosa mi ha disturbato. Non so esattamente cosa, ma mi ha disturbato”, ripete più volte Cheyenne, protagonista di questa toccante storia, originale nelle forma che qualcuno ha persino definito un UFO nel panorama cinematografico moderno.
Rockstar americana in pensione, Cheyenne ( interpretato da un bravissimo Sean Penn ) vive una vita tranquilla e appartata ma pervasa da un profondo disagio, a tal punto da confondere la noia con la depressione. Intrappolato in una condizione di eterno “bambino” (“Ecco perché non hai mai imparato a fumare”, gli rivela un'amica), nascosta dietro un look punk-rock anni '80 (un po' Robert Smith dei Cure, un po' Edward Mani di Forbice), il personaggio di Cheyenne è una maschera tragi-comica, che rasenta il limite della caricatura ma che non può lasciarci indifferenti. L'ex leader dei “The Fellows” sembra sempre “fuori tempo”. Si muove perennemente al rallentatore, appesantito anche da quel trolley che si porta sempre appresso, come una sorta di coperta di Linus.Un bagaglio pieno di ricordi approssimativi tipico di chi non riesce a vivere a pieno la propria vita.
Il ricordo più “generico” è quello legato al padre, con il quale non ha rapporti da trent'anni. Sarà proprio la morte di quest'ultimo a convincere Cheyenne a volare negli Stati Uniti ed ad intraprendere un viaggio attraverso la provincia americana per portare a termine la missione di una vita del padre ebreo: trovare la guardia nazista che ad Auschwitz lo aveva umiliato. Cheyenne entrerà così in contatto con la tragedia dell' Olocausto, che prima conosceva solo “in modo molto generico” (proprio come suo padre).
Il ricordo più “generico” è quello legato al padre, con il quale non ha rapporti da trent'anni. Sarà proprio la morte di quest'ultimo a convincere Cheyenne a volare negli Stati Uniti ed ad intraprendere un viaggio attraverso la provincia americana per portare a termine la missione di una vita del padre ebreo: trovare la guardia nazista che ad Auschwitz lo aveva umiliato. Cheyenne entrerà così in contatto con la tragedia dell' Olocausto, che prima conosceva solo “in modo molto generico” (proprio come suo padre).
Il film può facilmente definirsi un “romanzo di formazione”, alla fine del quale il protagonista trova finalmente la sua dimensione, il suo “posto” nel mondo, seppure in modo inconsapevole. “Sono in New Mexico, mica in India”, risponderà infatti Cheyenne alla moglie che gli chiede se sta trovando sé stesso. Difficile però racchiudere in un unico genere un'opera che ad ogni scena, ad ogni quadro ci tocca dentro (ci "disturba") facendoci sorridere o commuovere per questo strano personaggio; questa rockstar triste che non sa seguire il "ritmo" delle vita.
Per non parlare poi della meraviglia di quegli spazi sconfinati tipici del paesaggio americano , della bellissima fotografia di Luca Bigazzi, e della splendida colonna sonora. Se c'è una cosa infatti che non si può dimenticare dopo la visione di questo film è proprio la musica. Scritta da David Byrne (che nel film fa un piccolo cameo nei panni di sé stesso ), leader dei Talking Heads e autore della canzone che dà il titolo al film ( ma anche della mitica “Psycho Killer”!), le sue note accompagnano il viaggio di Cheyenne sottolineandone movimenti ed emozioni e coinvolgendo totalmente lo spettatore. Sorrentino ha dichiarato di avere inserito nel film quella musica che ha amato durante l'adolescenza. E questo forse lo rende il film più personale del regista napoletano.
“Spensieratezza”, la parola preferita dal padre di Cheyenne, annotata nei suoi diari e connotata da una profonda nostalgia. Quella spensieratezza che si ha solo da ragazzi e che Sorrentino sembra ancora avere. Il regista, in un'intervista, ha infatti ammesso di non fare cinema seguendo dei calcoli ma abbandonandosi un po' all'incoscienza. Se il risultato sono opere coma questa, allora ben venga l'incoscienza. Quell'incoscienza che porta Cheyenne a fare un lungo viaggio per un padre che non conosceva; l'incoscienza che gli fa ammettere il proprio disagio (“disturbo”) di fronte alla vita, senza sapere il perché. Se film belli come questo devono per forza esistere in un posto, allora il loro deve essere l'incoscienza. This....must be the place.
Guarda il trailer: http://www.youtube.com/watch?v=ErEwScDP6wk


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