"Siamo legati ai film come ai nostri migliori sogni". Leo Longanesi

venerdì 1 marzo 2013

DJANGO UNCHAINED ( di Q. Tarantino, 2013)



Django…ovvero…non chiamatelo spaghetti-western.
La grande passione di Quentin Tarantino per il western in salsa italiana è risaputa. Erano quasi vent’anni che il regista di origini italiane voleva portare sullo schermo la sua personale interpretazione del genere. E finalmente c’è riuscito.
Django Unchained (settimo film di Tarantino) si presenta fin dalle prime battute come un omaggio al cinema dei nostri Leone, Corbucci e Petroni. Il film, che infatti porta il nome del Django (1966) di Sergio Corbucci con Franco Nero (che qui fa un piccolo cameo in cui scambia una fulminea battuta con l’altro Django), di quel cinema anni '60 e ’70 porta con sé l’atmosfera, la musica, lo stile dei titoli di testo, ma soprattutto quelle tipiche e veloci zoomate in avanti e stretti primi piani, tratti distintivi del genere e di quegli anni.
Ma una volta entrati nel mondo di Django Unchained ci si ritrova ben presto nel mondo di Quentin Tarantino. Un mondo dove quello che sembra non è. Dove non sai cosa aspettarti, e dove i generi si mescolano per confondersi, e per creare qualcosa di nuovo.
1858, Texas. Il Dottor King Schultz (ex-dentista) acquista lo schiavo Django perché lo aiuti nella ricerca dei Brittle Brothers, pericolosi criminali da giustiziare. Schultz è infatti un cacciatore di taglie e in cambio dell’aiuto promette a Django la libertà. Ma una volta terminata la missione, il teutonico sicario che aborra la schiavitù (“questi ferri sono una cosa orribile”, asserisce mentre toglie le catene a Django), decide di aiutare il giovane nella ricerca della moglie Broomhilda (venduta e da lui separata), insegnandogli prima il mestiere di cacciatore di taglie, e poi accompagnandolo nella piantagione dello spregevole latifondista ( il perfido Calvin Candie), che la tiene in catene.
Tema principale della pellicola è la schiavitù, presentata da Tarantino in tutta la sua brutalità ma anche trattata con cinica e perfida ironia.
La prima parte del film, infatti, è pregna del cinismo del Dottor Schultz, mentore di Django, che insegna al giovane schiavo, a “sporcarsi” per riavere la propria moglie. E per questa ragione si sente anche responsabile per lui.
In questa fase la pellicola è ricca di divertenti siparietti con protagonisti i nostri eroi (Django e Schultz) ma anche di momenti grotteschi (come l’improbabile scorreria del Ku Klux Clan, con la spassosa scena dei sacchi) intese a sottolineare l’assurda barbarie del razzismo.
Ma il film cambia registro a partire dall’incontro con Calvin Candie. La brutalità dello schiavismo si fa più severa e reale (dall’ incontro di lotta tra mandingo, allo schiavo sbranato dai cani; dalla terribile punizione subita da Broomhilda, all’interminabile scena della cena a Candyland con tanto di teschio umano). Anche il sangue, che prima sgorgava copioso e in maniera surreale ( caratteristica tipica del cinema tutto-sparatorie di Tarantino) qui trova una dimensione più atroce e soprattutto più realistica. Un realismo che tocca le coscienze e che turba profondamente il Dottor Schultz, vero alter-ego di Tarantino, che alla fine non resiste e compie quel gesto estremo che noi tutti, spettatori di quell’orrore, vorremo compiere.
A seguito di ciò, ecco allora esplodere il puro stile “tarantiniano”: sparatorie interminabili con fiumi di sangue a spruzzi, deflagrazioni e sadiche torture.
E se per tutto il film un po’ci si dimentica dell’omaggio allo spaghetti-western, il regista nel finale ce lo ripropone inserendo con ironia il tema musicale de Lo chiamavano Trinità.
Si chiude perciò un cerchio dove ( come disse Waltz in un’intervista) il cinema western “born in USA”, dopo un “polveroso” viaggio in Italia, torna negli Stati Uniti, rinfrescato però dall’originale visione di Quentin Tarantino.
Django Unchained è facilmente definibile come una storia d’amore, dove un uomo è disposto a fare qualunque cosa per ritrovare la donna amata. Ma è anche una storia d’amore paterno. Il forte legame che Schultz ha con Django trova un corrispondente in quello tra Stephen ( il capo nero della servitù in casa Candie) e Monsieur Candie (come egli stesso ama farsi chiamare). I due rivali sono entrambi creature dei propri mentori ed è grazie a loro che sono gli uomini che vediamo. Figli di un mondo spietato, tra loro va in scena una sfida ad alta tensione a colpi di sguardi, battute pungenti e giochi psicologici. La tensione si scioglie solo con il gesto liberatorio di Schultz (paterno, nel prendersene la responsabilità) e la terribile carneficina che ne consegue.
Il gusto di Tarantino per la contaminazione tra generi coinvolge anche le differenze culturali. In un film infatti in cui si ridicolizza il razzismo, trova posto anche la cultura tedesca. Schultz  racconta a Django la leggenda di Sigfrido che sconfigge il drago per salvare la sua amata Broomhilda. Il parallelismo è chiaro: Django è un novello Sigfrido, e il nome di colei che ama è di nuovo Broomhilda.
Ancora una volta l’attore austriaco Christoph Waltz (e il suo accento) è colonna portante di un  film di  Tarantino e ci regala un altro indimenticabile personaggio (premiato anche con l’Oscar), il Dottor King Schultz, dopo lo spietato Hans Landa di Bastardi Senza Gloria. Ad interpretare Django, il premio Oscar Jamie Foxx, che ha preso il posto di Will Smith e che restituisce al personaggio solidità e determinazione tipici di chi brama la propria vendetta. Perfetti comprimari la bellissima Kerry Washington (Broomhilda) e Samuel L. Jackson (Stephen). Ma la vera sorpresa è Leonardo Di Caprio. Nelle spietate vesti di Calvin Candie ci regala un’altra grande interpretazione dopo The Departed, Shutter Island e Inception. Allontanata ormai quell’aurea da bravo ragazzo dal viso angelico, Di Caprio dimostra nuovamente la sua capacità di calarsi in ruoli diversi e di trasmettere allo spettatore paura, tensione e (con Calvin) spietata malvagità, anche solo con uno sguardo (Come l’Academy possa non vedere il suo talento, per me è ancora un mistero.).
La vendetta di Django è accompagnata da una colonna sonora straordinaria, che spazia tra diversi generi e che annovera tra gli autori Ennio Morricone (splendida la canzone da lui musicata, scritta ed interpretata da Elisa, “Ancora Qui”), Jim Croce e  Johnny Cash ( del quale è stata scelta la ballata country “Ain’t no grave”).
Con Django Unchained (ne quale si ritaglia un piccolo ma “esplosivo” cameo), Tarantino si aggiudica il suo secondo Oscar per la sceneggiatura originale ( dopo Pulp Fiction nel 1995). Ora si attende un terzo film che con i Bastardi e Django crei una trilogia il cui fil-rouge è la vendetta ( tema già ampliamente sviluppato da Tarantino con i due Kill Bill). 
Forse si tratterà di un gangster-movie anni ’30.
Non so voi, mai io (tra i miei film cult c’è Gli Intoccabili di Brian De Palma) un gangster-movie alla Tarantino me lo vedrei subito!  

Ennio Moricone & Elisa "Ancora Qui"   http://www.youtube.com/watch?v=sD__XBhYExc 
 

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