Django…ovvero…non
chiamatelo spaghetti-western.
La grande
passione di Quentin Tarantino per il western in salsa italiana è risaputa.
Erano quasi vent’anni che il regista di origini italiane voleva portare sullo
schermo la sua personale interpretazione del genere. E finalmente c’è riuscito.
Django Unchained (settimo film di
Tarantino) si presenta fin dalle prime battute come un omaggio al cinema dei
nostri Leone, Corbucci e Petroni. Il film, che infatti porta il nome del Django (1966) di Sergio Corbucci con
Franco Nero (che qui fa un piccolo cameo in cui scambia una fulminea battuta
con l’altro Django), di quel cinema anni '60 e ’70 porta con sé l’atmosfera, la musica,
lo stile dei titoli di testo, ma soprattutto quelle tipiche e veloci zoomate in
avanti e stretti primi piani, tratti distintivi del genere e di quegli anni.
Ma una volta
entrati nel mondo di Django Unchained
ci si ritrova ben presto nel mondo di Quentin Tarantino. Un mondo dove quello
che sembra non è. Dove non sai cosa aspettarti, e dove i generi si mescolano
per confondersi, e per creare qualcosa di nuovo.
1858, Texas. Il
Dottor King Schultz (ex-dentista) acquista lo schiavo Django perché lo aiuti
nella ricerca dei Brittle Brothers, pericolosi criminali da giustiziare.
Schultz è infatti un cacciatore di taglie e in cambio dell’aiuto promette a
Django la libertà. Ma una volta terminata la missione, il teutonico sicario che
aborra la schiavitù (“questi ferri sono
una cosa orribile”, asserisce mentre toglie le catene a Django), decide di
aiutare il giovane nella ricerca della moglie Broomhilda (venduta e da lui
separata), insegnandogli prima il mestiere di cacciatore di taglie, e poi
accompagnandolo nella piantagione dello spregevole latifondista ( il perfido
Calvin Candie), che la tiene in catene.
Tema principale
della pellicola è la schiavitù, presentata da Tarantino in tutta la sua
brutalità ma anche trattata con cinica e perfida ironia.
La prima parte
del film, infatti, è pregna del cinismo del Dottor Schultz, mentore di Django,
che insegna al giovane schiavo, a “sporcarsi” per riavere la propria moglie. E
per questa ragione si sente anche responsabile per lui.
In questa fase
la pellicola è ricca di divertenti siparietti con protagonisti i nostri eroi
(Django e Schultz) ma anche di momenti grotteschi (come l’improbabile scorreria
del Ku Klux Clan, con la spassosa scena dei sacchi) intese a sottolineare l’assurda
barbarie del razzismo.
Ma il film
cambia registro a partire dall’incontro con Calvin Candie. La brutalità dello
schiavismo si fa più severa e reale (dall’ incontro di lotta tra mandingo, allo
schiavo sbranato dai cani; dalla terribile punizione subita da Broomhilda, all’interminabile
scena della cena a Candyland con tanto di teschio umano). Anche il sangue, che
prima sgorgava copioso e in maniera surreale ( caratteristica tipica del cinema
tutto-sparatorie di Tarantino) qui trova una dimensione più atroce e
soprattutto più realistica. Un realismo che tocca le coscienze e che turba profondamente
il Dottor Schultz, vero alter-ego di Tarantino, che alla fine non resiste e
compie quel gesto estremo che noi tutti, spettatori di quell’orrore, vorremo compiere.
A seguito di
ciò, ecco allora esplodere il puro stile “tarantiniano”: sparatorie interminabili
con fiumi di sangue a spruzzi, deflagrazioni e sadiche torture.
E se per tutto
il film un po’ci si dimentica dell’omaggio allo spaghetti-western, il regista
nel finale ce lo ripropone inserendo con ironia il tema musicale de Lo chiamavano Trinità.
Si chiude
perciò un cerchio dove ( come disse Waltz in un’intervista) il cinema western “born
in USA”, dopo un “polveroso” viaggio in Italia, torna negli Stati Uniti, rinfrescato
però dall’originale visione di Quentin Tarantino.
Django Unchained è facilmente definibile
come una storia d’amore, dove un uomo è disposto a fare qualunque cosa per
ritrovare la donna amata. Ma è anche una storia d’amore paterno. Il forte
legame che Schultz ha con Django trova un corrispondente in quello tra Stephen
( il capo nero della servitù in casa Candie) e Monsieur Candie (come egli
stesso ama farsi chiamare). I due rivali sono entrambi creature dei propri
mentori ed è grazie a loro che sono gli uomini che vediamo. Figli di un mondo
spietato, tra loro va in scena una sfida ad alta tensione a colpi di sguardi,
battute pungenti e giochi psicologici. La tensione si scioglie solo con il
gesto liberatorio di Schultz (paterno, nel prendersene la responsabilità) e la
terribile carneficina che ne consegue.
Il gusto di
Tarantino per la contaminazione tra generi coinvolge anche le differenze
culturali. In un film infatti in cui si ridicolizza il razzismo, trova posto
anche la cultura tedesca. Schultz racconta a Django la leggenda di Sigfrido che
sconfigge il drago per salvare la sua amata Broomhilda. Il parallelismo è
chiaro: Django è un novello Sigfrido, e il nome di colei che ama è di nuovo
Broomhilda.
Ancora una
volta l’attore austriaco Christoph Waltz (e il suo accento) è colonna portante di
un film di Tarantino e ci regala un altro indimenticabile
personaggio (premiato anche con l’Oscar), il Dottor King Schultz, dopo lo
spietato Hans Landa di Bastardi Senza
Gloria. Ad interpretare Django, il premio Oscar Jamie Foxx, che ha preso il
posto di Will Smith e che restituisce al personaggio solidità e determinazione
tipici di chi brama la propria vendetta. Perfetti comprimari la bellissima
Kerry Washington (Broomhilda) e Samuel L. Jackson (Stephen). Ma la vera
sorpresa è Leonardo Di Caprio. Nelle spietate vesti di Calvin Candie ci regala
un’altra grande interpretazione dopo The
Departed, Shutter Island e Inception. Allontanata ormai quell’aurea
da bravo ragazzo dal viso angelico, Di Caprio dimostra nuovamente la sua
capacità di calarsi in ruoli diversi e di trasmettere allo spettatore paura,
tensione e (con Calvin) spietata malvagità, anche solo con uno sguardo (Come l’Academy
possa non vedere il suo talento, per me è ancora un mistero.).
La vendetta di
Django è accompagnata da una colonna sonora straordinaria, che spazia tra
diversi generi e che annovera tra gli autori Ennio Morricone (splendida la
canzone da lui musicata, scritta ed interpretata da Elisa, “Ancora Qui”), Jim Croce
e Johnny Cash ( del quale è stata scelta
la ballata country “Ain’t no grave”).
Con Django Unchained (ne quale si ritaglia
un piccolo ma “esplosivo” cameo), Tarantino si aggiudica il suo secondo Oscar
per la sceneggiatura originale ( dopo Pulp
Fiction nel 1995). Ora si attende un terzo film che con i Bastardi e Django
crei una trilogia il cui fil-rouge è la vendetta ( tema già ampliamente
sviluppato da Tarantino con i due Kill
Bill).
Forse si tratterà di un gangster-movie anni ’30.
Forse si tratterà di un gangster-movie anni ’30.
Non so voi, mai
io (tra i miei film cult c’è Gli
Intoccabili di Brian De Palma) un gangster-movie alla Tarantino me lo
vedrei subito!
Ennio Moricone & Elisa
"Ancora Qui" http://www.youtube.com/watch?v=sD__XBhYExc


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