"Siamo legati ai film come ai nostri migliori sogni". Leo Longanesi

mercoledì 9 gennaio 2013

RALPH SPACCATUTTO ( di R.Moore, 2012)



John Lasseter insegna. Eccome se lo fa!
Con la trilogia-capolavoro Toy Story, la Pixar Animation Studios ci aveva svelato la “vita segreta” dei giocattoli e la loro commovente fedeltà al bambino al quale appartengono. Ora la Disney, con Ralph Spaccatutto, fa tesoro di quell’intuizione e ci porta nel mondo dei videogame, mostrandoci cosa succede aldilà dello schermo dopo la  chiusura serale di una comune sala giochi.
Ralph (che nella versione originale ha la voce di John C. Reilly) è il cattivo di un gioco arcade che da trent’anni appassiona i giocatori nonostante le numerose innovazioni nel campo dei videogame. Il suo compito è quello di “spaccare” il condominio di Belposto che prontamente viene riparato da Felix Aggiustatutto. Stanco di essere odiato ed emarginato dagli abitanti del palazzo proprio per il suo lavoro, e non soddisfatto del percorso terapeutico intrapreso con “i cattivi anonimi”, Ralph evade dal suo gioco, mettendo inconsapevolmente a repentaglio la sopravvivenza dello stesso. Il suo obbiettivo è quello, per una volta, di fare l’eroe buono e vincere una medaglia proprio come il suo antagonista, Felix. Nel suo viaggio attraverso altri giochi/mondi incontrerà un Glitch, una petulante bimba che altro non è che un errore di programmazione. Come lui anche Vannelope (questo il suo nome) è un’emarginata in cerca di riscatto. Tra loro nascerà una tenera amicizia che farà comprendere a Ralph che per essere buoni, non serve una medaglia.
Il film di Rich Moore (già regista de I Simpson e Futurama) è (letteralmente!) il “paese dei balocchi” per gli appassionati di videogame. In ogni scena, immagine, frammento si può riconoscere un riferimento, una citazione o una somiglianza ad un videogioco esistente.
Il mondo in cui vive Ralph è un tipico game arcade anni ’80. Pare sia una parodia di Donkey Kong, gioco della Nintendo in cui apparve per la prima volta Mario. E proprio al simpatico idraulico (che, si dice, apparirà nel possibile sequel)  è ispirato il personaggio di Felix Aggiustatutto, con tanto di salopette e capellino blu. I paffuti Belpostiani poi, si muovono a scatti, proprio come nei giochi arcade a otto e sedici bit.
Dagli anni ’80 Ralph ci catapulta nei giochi “action” anni 2000, approdando nel mondo di Heros’s Duty, videogame fantascientifico tutto sparatorie, dove il giocatore deve abbattere i terribili “scarafoidi”. A capo della missione il sergente Calhoun, donna dura e autoritaria, che indossa un’ armatura alla Halo, ma che è sexy come Lara Croft. Così bella e tosta da far innamorare il timido Felix, ammaliato dai suoi lineamenti perfetti in HD.
Da quel mondo caotico adrenalinico Ralph in seguito passa ad uno più rilassante  fatto di  zucchero, biscotti e dolciumi. E’ Sugar Rush, il coloratissimo gioco di corse con i Go-Kart, liberamente ispirato a Mario-Kart e a Crash Team Racing, e residenza del dispettoso Glitch Vannelope.
Non mancano i “camei illustri”. La seduta dei “cattivi anonimi” si svolge nel mondo di Pac-Man ed è presieduta proprio dal “temibile” fantasmino. I teneri personaggi di Q*Bert chiedono invece  l’elemosina nella Game Central Station in quanto da tempo il loro mondo è stato dichiarato “fuori servizio”. Si possono poi facilmente riconoscere (nei ruoli di “comparse”) tanti altri game come Sonic The Hedgehob, Street Fighter, Mortal Kombakt, Metal Gear Solid (il punto esclamativo!), Diablo e Dance Dance Revolution.
Sorprese anche per i cinefili. Nella scena in cui Ralph tenta di recuperare la medaglia nel gioco Heroe’s Duty deve schivare alcune uova di “scarafoide”. Uno di loro lo attacca al volto. Il riferimento è chiaramente Alien. Re Candito, lo “strano” sovrano di Sugar Rush è un ibrido che mischia Il Cappellaio Matto e la Regina di Cuori di Alice nel Paese delle meraviglie. Sono presenti riferimenti anche a Tron, Star Wars e Il Mago di Oz.
Come non citare infine tutti i dolciumi che fanno da scenografia o comparsa in Sugar Rush. Dal Monte Diet Cola, alle Mentos passando per biscotti Oreo, per l’occasione “interpreti” delle guardie di Re Candito (in fatto di diritti, la Disney non bada a spese!).
Insomma ce n’è davvero per tutti i gusti, per grandi (anzi, per nerd attempati!) e piccini.
A loro, i più piccoli, che magari non conoscono questi strani mondi virtuali, è dedicata questa favola tenera che parla di amicizia, di cosa vuol dire essere buoni e dell’accettazione di se stessi.
Ancora una volta il binomio Disney-Pixar si rivela sinonimo di qualità, emozioni e divertimento.



PAPERMAN


Prima di immergerci nel coloratissimo mondo dei videogiochi, la Disney ci propone un cortometraggio animato in bianco e nero dallo stile dolce e bidimensionale tipico degli anni ’90. Paperman è una storia d’amore romanticissima, fatta di sguardi, di piccoli gesti e di aereoplanini di carta. Privo di dialoghi ma accompagnato da una sognante colonna sonora, non lascerà indifferente lo spettatore.  



sabato 5 gennaio 2013

LO HOBBIT. UN VIAGGIO INASPETTATO (di P. Jackson, 2012)



Quando il romanzo di J.R.R. Tolkien, Lo Hobbit, venne pubblicato il 21 Settembre 1937, il “viaggio inaspettato” del cinema superava appena il trentennio.
Chissà cosa direbbe oggi il visionario romanziere del lavoro di Peter Jackson, il regista neozelandese che proprio nella sua terra d’origine ha reso possibile il mondo di Tolkien; plasmandolo però con la sua personale visione.
Quasi dodici anni fa Il Signore degli Anelli. La Compagnia dell’anello entusiasmò i “seguaci” di Tolkien e fece conoscere a tutti il fantastico mondo della Terra di Mezzo. Dopo tre lungometraggi, diciassette Oscar e varie vicissitudini che ne hanno rallentato la lavorazione (inclusa un’ operazione all’ ulcera subita del regista!) è uscito nelle nostre sale Lo Hobbit. Un viaggio inaspettato, prequel cinematografico e letterario della saga.
Sessant’anni prima degli eventi narrati nella trilogia, il giovane Bilbo Baggins intraprende un avventuroso viaggio con lo stregone Gandalf il Grigio e tredici nani capitanati da Thorin Scudodiquercia. La loro missione è quella di recuperare il tesoro sottratto al popolo dei nani dal drago Smaug e riconquistare la roccaforte di Erebor. Sul suo cammino Bilbo affronterà Orchi, Troll e Goblin, ma soprattutto incontrerà la strana creatura chiamata Gollum. Quell’ incontro cambierà per sempre la sua vita.
Con questo film Peter Jackson abbandona temporaneamente la solenne epicità de Il Signore degli Anelli a favore di un’ atmosfera più leggera e scanzonata al pari di quella del libro, che nella mente del suo autore era stato pensato per i bambini. Ecco allora una caratterizzazione individuale (un po’ disneyana) dei nani, ognuno con una sua particolarità (nel libro invece erano appena abbozzati) e il succedersi di scene umoristico-grottesche che coinvolgono anche altri personaggi come lo stregone Radagast il Bruno o il mastodontico re dei Goblin.
Sempre sulla scia dell’aderenza all’opera originale, in fase di sceneggiatura sono state inserite alcune canzoni le cui parole furono scritte proprio da Tolkien (nel trailer ne potete sentire una).
L’umorismo inserito qua e là e le canzoni cantate in coro dai nani ha fatto storcere il naso a più di qualcuno, che forse vede tradita l’atmosfera epica dei precedenti episodi.
Anche se, personalmente, non ho trovato così fuori luogo umorismo e canti, ritengo che il tentativo di Jackson di coniugare lo spirito più leggero del romanzo con quello solenne de Il Signore degli Anelli non sia perfettamente riuscito. Nella trilogia si respirava (assieme al protagonista, Frodo) il peso sempre più opprimente dell’anello del potere. Quell’atmosfera tetra, che faceva da collante ai tre film precedenti, qui viene bruscamente abbandonata. Anche se stiamo parlando di un prequel e perciò di un “nuovo inizio”, lo stacco è apparso (forse) troppo netto.
Il fatto poi che da un unico libro ( di circa 300 pagine) si sia voluto trarne ben tre film, non ha giovato al racconto. Oltre all’aggiunta di diversi personaggi (Frodo, Galadriel e Saurman che nel libro non sono presenti) per giustificare una continuità con la vecchia trilogia, il racconto viene dilatato e la prima parte della pellicola, tutta incentrata sulla presentazione dei tredici nani, risulta lenta e fin troppo lunga.
Ma se la prima parte ha un po’ deluso i più, la seconda invece non ha tradito le aspettative. Il ritmo del racconto decolla e si accompagna a spettacolari scene d’azione, paesaggi mozzafiato e personaggi in “motion capture” perfettamente realizzati. Le scene dinamiche rasentano la perfezione, e coinvolgono in pieno lo spettatore. Atmosfera, luci e colori ( e colonna sonora di Howard Shore) de Il Signore degli anelli ritornano prepotentemente e toccano l’apice nella scena più attesa dagli amanti del romanzo: l’incontro-scontro tra Bilbo e Gollum/Sméagol a suon di indovinelli. Ed è proprio il Gollum ( la sua psicologia, il suo essere creatura inquietante ma allo stesso tempo fragile) a rigettare lo spettatore nella Terra di Mezzo e a farcela sentire di nuovo familiare.
A dare ancora una volta voce e corpo a Gollum è Andy Serkis,  il bravo attore inglese esperto di recitazione in “mocap”, che per questo film ha assunto anche il ruolo di regista della seconda unità.
Oltre a Serkis, altri attori del precedente cast ritornano a popolare la Terra di Mezzo: il carismatico Ian McKellen (Gandalf); il magnetico Hugo Weaving (Elrond); la talentuosa Cate Blanchett (Galadriel); lo spettrale Christopher Lee (Saruman). In piccoli camei anche Elijha Wood (Frodo) e Ian Holm ( l’anziano Bilbo).
Molto interessanti  le new entry. Per il ruolo di Bilbo è stato scelto Martin Freeman, attore britannico noto per il ruolo del Dott. Watson nella serie TV Sherlock. Freeman dà al suo Bilbo un aplomb inglese che rende il personaggio ancora più pavido e goffo. La sua è un’ interpretazione (a mio parere) un po’ in sordina,  ma la sensazione è che le potenzialità di questo attore esploderanno in maniera maggiore nei prossimi capitoli.
Tra i nani invece spicca il loro Signore, Thorin, interpretato da Richard Armitage. L’attore conferisce al personaggio uno sguardo profondo, colmo di sofferenza ma allo stesso tempo determinato e fiero proprio come il  popolo di cui è leader.
Come non citare infine  Sylvester McCoy, simpatico volto dello stralunato Radagast. Sue le scene più bucolico-disneyane del film. Egli infatti vive in una foresta incantata e viaggia su di una slitta trainata da grossi conigli (un’ altra invenzione di Peter Jackson).
Come nei film precedenti, anche qui i personaggi sono molti, e a volte risulta arduo seguire il filo del racconto. Questo, assieme agli altri piccoli problemi già citati, non fa gridare al nuovo capolavoro “made in New Zealand”. Ma è in dubbio che Jackson e la Weta Digital ( la società di effetti speciali digitali da lui stesso fondata) sono riusciti a realizzare un film impeccabile per effetti visivi, fotografia, scenografia e trucco. Tutto questo a favore di un racconto che ancora una volta risulta forte e che ci restituisce personaggi unici (Gollum in primis) già entrati di diritto nella storia del cinema.
Per chi quindi non è rimasto profondamente deluso, le prossime date da a appuntare sono l’11 Dicembre 2013 (La desolazione di Smaug), e Luglio 2014 (Andata e ritorno).
Il “viaggio inaspettato” di Peter Jackson ... to be continued.




mercoledì 21 novembre 2012

ARGO (di B. Affleck, 2012)



Ben Affleck l’attore. Ben Affleck il regista.
Dopo una carriera attoriale non particolarmente brillante ( e dopo-badate bene- un Oscar ottenuto a soli 26 anni per la sceneggiatura di Will Hunting-Genio ribelle, assieme all’amico Matt Damon), il bel ragazzone californiano si cimenta nella regia con una tale solidità e disinvoltura da eguagliare quasi il mestiere di un grande vecchio come Clint Eastwood,  macchina inarrestabile di capolavori.
Dopo Gone baby Gone e  The Town  Affleck ci propone una reale pagina di storia celata (verrà resa nota solo nel 1997) dai contorni così bizzarri da poter solo essere vera.
4 Novembre 1979, Teheran. Durante la rivoluzione islamica, alcuni militanti fanno irruzione nell’ambasciata americana prendendo in ostaggio 52 funzionari. Solo sei di loro riescono a sfuggire al sequestro  rifugiandosi nella residenza dell’Ambasciatore canadese. Ma è solo questione di tempo perché i ribelli si accorgano della loro fuga. Occorre riportarli a casa prima che accada l’irreparabile. L’allora agente della CIA Tony Mendez, esperto delle cosiddette “esfiltrazioni” ha un’idea folle: realizzare un falso film e far passare i sei come una troupe cinematografica d’istanza in Iran alla ricerca di una location esotica per la loro pellicola di fantascienza. Il titolo del falso film è Argo. E per essere credibile ha bisogno di un vero/falso copione, un vero/falso truccatore e un vero/falso produttore.
L’opera è un continuo gioco a incastro tra realtà e finzione. La pellicola si apre con un voice-over che ci descrive il contesto storico, accompagnato da una serie di disegni tipici di uno storyboard (elemento importante anche per la soluzione della vicenda). La scena dell’assedio all’ambasciata è realizzata con un continuo alternarsi di riprese cinematografiche e vere immagini di repertorio. Nella sequenza in cui viene letto il falso copione in sede di conferenza stampa, una donna iraniana legge in televisione le condizioni dei sequestratori. La telecamera che riprende il cast durante la lettura ha la stessa valenza dell’arma usata dagli iraniani per le finte esecuzioni.
Per Affleck la distinzione tra realtà e finzione è fondamentale; e lo spettatore ne deve essere ben conscio.
Alla tragedia vera degli americani, si alterna continuamente il mondo fittizio di Hollywood che convince la stampa sulla realizzazione di Argo. Questo filone parallelo ha come protagonisti il truccatore John Chambers  (John Goodman) e il produttore Lester Siegel (Alan Arkin). Persone reali (il vero Chambers vinse l’Oscar per Il Pianeta delle Scimmie) in un mondo di finzione che sanno (senza mezze misure) prendere in giro. Le loro battute ironiche e pungenti sul “pianeta Hollywood”(specie quelle di Arkin) sono da antologia.
Ma mentre da un lato si sorride, dall’altro si condivide ansie e timori dei sei americani. Se nella prima parte il film sembra quasi bloccato in una sorta di perenne attesa, dopo che i sei escono con la loro guida dall’ambasciata canadese, il film ha una virata improvvisa in cui si rimane letteralmente senza fiato. Lo spettatore segue passo per passo, attimo dopo attimo gli eventi che coinvolgono i protagonisti e con loro (assieme a loro!) trattiene il respiro. I tempi, la tensione,  gli innumerevoli primi piani e la colonna sonora di Alexandre Desplat (quattro volte candidato all’Oscar) sono perfetti. Tutto è ben calibrato da un giovane regista che sa davvero il fatto suo e che probabilmente ha realizzato il suo film migliore. Allo scioglimento finale dell’azione (davvero interminabile!) è impossibile trattenere la commozione.
Il collante tra i due principali filoni di questo film è il suo stesso regista. Ben Affleck si riserva infatti la parte dell’agente della CIA Tony Mendez (alla “regia” del folle piano), restituendo un’interpretazione pacata, forse un po’ troppo dimessa ( quasi a voler rimanere in secondo piano rispetto ai sei funzionari), ma fortemente malinconica , in sintonia con l’anima di un uomo che sente il peso della responsabilità. La responsabilità della vita di sei persone.
Un film che parla di storia quindi, ma anche e soprattutto di cinema e di come sia importante saper distinguere la realtà dalla finzione.
Si ride, si piange e si riflette con Argo.
Per me (quasi senza dubbio) il miglior film dell’anno.






martedì 20 novembre 2012

007 SKYFALL ( di S. Mendes, 2012)



 Il ventitreesimo film dedicato all’agente segreto più amato della storia del cinema è una gioia per occhi, per le orecchie, e ha un gusto “agitato, non mescolato” che i fan più accaniti non potranno non assaporare.
007 Skyfall è il terzo film dell’era Daniel Craig. Nel 2007 molti “puristi” storsero il naso alla vista di un James Bond biondo. Ma gli occhi di ghiaccio e il viso da schiaffi di Craig li ha subito conquistati. Casino Royale, diretto da Martin Campbell, ha dato un nuovo slancio al filone Bond svecchiando stile e personaggio da canoni ormai superati. Lo spettatore assiste alla nascita di un agente doppio zero alle prime armi, sfrontato e con le sue fragilità, pronto addirittura a mollare l’ MI6 per amore di una donna. Ma proprio il doppio gioco di lei lo farà diventare quel implacabile macchina da guerra che risponde al nome di “Bond, James Bond”, pronunciato solamente appena prima dei titoli di coda.
Da queste premesse, l’attesa per il secondo capitolo era inevitabilmente altissima. Ma Quantum of Solace di Marc Forster ha, per molti, deluso le aspettative. Ed ecco allora arrivare in soccorso il regista premio Oscar Sam Mendes (American Beauty), che prende le redini del terzo episodio e ne fa un omaggio così visivamente curato e pieno di riferimenti all’intera cinematografia che molti urlano già al miglior Bond di sempre.
Che veramente lo sia, io personalmente non me la sento di sottoscriverlo. Ma che questo film sia una grande prova di regia e di fotografia (Roger Deakins, una garanzia!) nonché un’ottima prova di intrattenimento, non ho dubbi.
I primi minuti sono spettacolari. Dopo una scena frenetica di inseguimento con tanto di salti mortali, tutto si arresta con Bond preso in pieno da una pallottola sparata dalla sua collega, Eve.
La “caduta dal cielo” di Bond, che dal ponte precipita nella cascata, è presto accompagnata dalla  voce suadente di Adele con la canzone omonima, Skyfall. Quello che segue è un esplosione di immagini e colori da togliere il fiato. Per un attimo sembra di precipitare sempre più giù con il protagonista, in un viaggio vorticoso ma pieno di piacere.
Il resto del film, girato in maniera impeccabile e sofisticata, è un omaggio al passato con il ritorno di personaggi e gadget che hanno fatto la storia di Bond. Ecco all’ora un giovane agente Q, responsabile del reparto tecnico dell’MI6, che gli consegna la celebre pistola Walther PPKS con “tocco personale”. Ecco Gareth Mallory, capo dell’ufficio rapporti con l’intelligence e  prossimo  M. Ed ecco la mitica Aston Martin BD5 grigio-metallizzata di Missione Goldfinger, riesumata per l’occasione in una storia dove si sottolinea che la vecchia maniera funziona sempre. Alla faccia di un James Bond con cellulare e PC.
Mendes ha quindi mischiato con cura elementi vecchi e nuovi senza mai far prevaricare l’uno sull’altro, omaggiando così la creatura di Ian Fleming e rimanendo fedele allo stile moderno del nuovo filone.
Per quanto riguarda il cast, impeccabili le performance di Craig (Bond), Ralph Fiennes(Gareth Mallory) e Judi Dench nei panni M, qui più (M)adre che mai. Buone anche quelle di Naomie Harris (Eve) e Ben Wishaw (Q). Ma chi stupisce davvero è Javier Bardem. Nei panni del cattivo di turno, l’ex agente dell’MI6 Raoul Silva, ci regala un personaggio ambiguo e crudele. Un dandy con tendenze omosessuali, profondi conflitti irrisolti e una grande rabbia che deve esplodere. Bardem gioca sapientemente con i diversi lati del suo personaggio senza mai scadere nella macchietta.
Il suo Silva ricorda un po’ il Joker di Heath Ledger ne Il Cavaliere Oscuro. Concordo infatti con chi ritiene che Mendes abbia fatto sua la filosofia di Nolan, in particolare sulla “caduta” e “resurrezione” dell’eroe, ampliamente esplicitata ne Il Cavaliere Oscuro-Il Ritorno. Ciò che però spinge questi uomini straordinari  a risollevarsi dopo la caduta rimane, a mio parere, differente.
A prescindere da come la pensiate sul mitico James Bond, vi consiglio di non lasciarvi scappare questa perla. Non ve ne pentirete!