"Siamo legati ai film come ai nostri migliori sogni". Leo Longanesi

mercoledì 11 luglio 2012

THE AMAZING SPIDER-MAN (di M. Webb, 2012)


Impossibile.
Impossibile guardare questo film avendo ancora negli occhi la trilogia di Sam Raimi.  
Non è corretto fare paragoni, ma in questo caso è stato inevitabile.
A dieci anni infatti dal primo Uomo Ragno con Tobey Maguire, la Marvel tenta un reboot della saga di Spider-Man aderendo meglio al fumetto per personaggi e trama, ma senza (a mio parere) dare un vero e proprio “riavvio” alle avventure di Peter Parker e a quelle del suo alter-ego ragno.
Il film inizia bene, con Peter che tenta di scoprire il passato oscuro del padre e il motivo che lo ha spinto ad “abbandonarlo” alle amorevoli cure di zia May e zio Ben. Sul suo cammino incontrerà il Dott. Curt Connors, amico e collega del padre, dedito allo studio dei possibili innesti tra cellule umane e animali. Ed è proprio nel laboratorio del Dott. Connors che il nostro Peter si trasformerà in Spider-Man.
L’Uomo Ragno di Andrew Garfield, a differenza del precedente, si presenta subito più smaliziato, meno tormentato e con un senso di “responsabilità” che rasenta un po’ la presunzione. Non subisce i propri poteri rassegandosi al proprio destino di eroe mascherato, ma compie il suo dovere di difensore dei deboli senza preoccuparsi troppo delle conseguenze. Non si nasconde (è spesso a viso scoperto) ed è sfrontato ( sia come Peter Parker che in tuta rossa e blu).
Ma l’ “amazing” del titolo è sicuramente eccessivo. Chi si aspettava un reboot alla Batman di Nolan, rimarrà deluso.
Il film non cattura abbastanza l’attenzione (troppo lungo e riflessivo il prologo; troppo veloce forse la parte riguardante la genesi dell’eroe), pur avendo tutti gli ingredienti richiesti dal genere ( e ben presenti anche nei film di Raimi): una ragazza da conquistare (Gwen Stacy al posto di Mary Jane), un nemico (la lucertola) con delirio di onnipotenza, e una “missione” che parte da un profondo desiderio di vendetta ( la morte, per mano assassina, dello zio Ben). La parte visiva è meno spettacolare (il che non nuoce), seppur ben realizzata.
Inoltre, dal punto di vista del racconto, poco si conclude in questo che risulta essere il primo capitolo di un’ennesima trilogia. Molte porte (anzi, portoni!) sono state lasciate aperte in modo da avere materiale per almeno altri due capitoli. Lo spettatore rimane quindi un po’ insoddisfatto, ma è giusto comunque essere fiduciosi per il seguito. Nulla vieta infatti di pensare che il prossimo episodio possa essere migliore. Le basi ci sono ( un oscuro passato ancora da scoprire, uno zio da vendicare e uno Spider-Man più carismatico); e il cast è di prim’ordine. A partire da Andrew Garfield , che si è sudato il ruolo del protagonista dopo sei ore di provino (direi meritato, no?); a Emma Stone, una dolce e sicura di sé Gwen Stacy. Menzione speciale a Rhys Ifans nei panni di Curt-Lucertola-Connors, senza dimenticare i ruoli più marginali di Sally Field (zia May) e Martin Sheen (zio Ben).
In conclusione , a chi dichiarava che con questo film “hanno ucciso l’Uomo Ragno”, dico che forse sì, Spider-Man non è proprio in piena forma (qualche ammaccatura c’è), ma può farcela.
Si attendono quindi miglioramenti. Per ora la prognosi rimane riservata.  ;)


martedì 19 giugno 2012

MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE VICINO ( di S.Daldry, 2012)


Tempo fa vidi un documentario sui parenti delle vittime dell’11 Settembre. Dopo “il giorno più brutto”, le televisioni erano invase da immagini di uomini e donne che si lanciavano nel vuoto da quelle altissime torri. In quelle sagome sfuocate, sospese nell’aria, mogli, mariti, figli, madri, riconoscevano dolorosamente il proprio caro.
Ed è proprio con le immagini di un uomo che cade nel vuoto, che inizia l’ultimo lavoro del regista Stephen Daldry.
Oskar Schell (Thomas Horn) è un ragazzino speciale. Intelligente, curioso, è sempre pronto ad affrontare le sfide lanciate dal padre Thomas (Tom Hanks). Il bambino infatti ha problemi relazionali ( si sospetta che abbia la sindrome di Asperger) e il padre, spronandolo sempre a cercare qualcosa, lo induce ad entrare in contatto con gli altri e a non avere paura. Ma quando Thomas perderà la vita nell’attentato alle Torri Gemelle, Oskar sentirà di dover colmare il vuoto lasciatogli dal padre con una nuova ricerca, una nuova avventura. Casualmente troverà una chiave tra i suoi effetti personali. La disperata ricerca per capire che cosa essa apre, porterà Oskar ad incontrare tante persone diverse che, come lui, sono dei “sopravvissuti” della vita.
Il film è tratto dal romanzo omonimo di Jonathan Safran Foer (autore anche di Ogni cosa è illuminata). Chi scrive purtroppo non ha letto il libro ma la sensazione (riscontrata anche da altri) che le tematica fosse qualcosa di veramente difficile da trasferire sullo schermo l’ho avuta anch’io. Basilari, in questo racconto, sono i dialoghi. Le parole dette e non dette. Il rapporto tra Oskar e i suoi genitori è basato su parole “sospese”. Il padre voleva che il figlio scoprisse da solo le cose. E dopo la sua morte, la madre ( una brava e bella Sandra Bullock) protegge con i silenzi il piccolo Oskar. Ma i pensieri e le sensazioni di questo bambino ferito sono così forti da non poter essere taciute. A volte esplodono in logorroici monologhi che, nonostante  la bravura del giovane attore, appaiono purtroppo artefatti e stonati. Lo stesso vale per i dialoghi tra Oskar e le persone che incontra nella sua ricerca. Il modo in cui questi adulti si rapportano con un bambino di 9 anni non risulta realistico. E tutto questo strano modo di esprimersi nella relazione con l’altro rende il film, in alcuni momenti, noioso e un po’ destabilizzante.
Unico spiraglio di luce lungo questo caotico tunnel è la straordinaria interpretazione di Max Von Sydow (nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista). L’attore prediletto di Ingmar Bergman (Il settimo sigillo), incarna i panni de “l’inquilino”, il misterioso personaggio ospitato in casa della nonna di Oskar. La grande curiosità di quest’ultimo li farà incontrare e questa “buffa” coppia ( un ragazzino intelligente ed ostinato e un uomo anziano che non parla) condividerà l’avventura della chiave. L’inquilino muto, che si esprime solo attraverso la scrittura, incarna forse al meglio una storia che sulla carta si sviluppava con discorsi e pensieri complessi, ma che sullo schermo avrebbe dovuto forse abbandonarsi di più alle immagini, prediligendo dialoghi più concisi e diretti, come i “pizzini” proprio di Max von Sydow.
Il film (seppur in maniera retorica) commuove. Impossibile non empatizzare con il piccolo Oskar. La storia di un bambino che cerca “la chiave” per avere un ultimo “dialogo” con il padre, tocca il cuore. Come anche un genitore che insegna al suo piccolo a non avere paura. A lanciarsi nel vuoto, a volare ed essere libero.
Oltre a  quella di Max von Sydow, anche le altre interpretazioni non deludono (comprese le piccole partecipazioni di Tom Hanks e Viola Davis). Chi delude invece è Daldry ( indubbiamente legato alla sceneggiatura di Eric Roth, Oscar per Forrest Gump). Dal regista di Billy Elliott, The Hours e The Reader-A voce alta, mi aspettavo una maggiore  capacità di tenere le redini di una storia, sì difficile, ma che comunque era appieno nelle sue corde di regista di commoventi drammi. E che invece gli è sfuggita un po’ dalle mani. Peccato!



giovedì 14 giugno 2012

MARILYN ( di S. Curtis, 2012)


Dolce, sensuale, timida, sexy. Un po’ angelo luminoso e un po’ diavolo tentatore. La diva, la dea. In una parola….Marilyn.
Norma Jeane Baker, in arte Marilyn Monroe, è stata (e rimarrà sempre) la più grande diva di Hollywood. Oggetto del desiderio per i fan che ancora oggi la venerano, fu invece croce e delizia per coloro (attori e registi) che con lei dovevano lavorare. Noti ormai i racconti fatti dai “colleghi” su come i continui ritardi agli appuntamenti sul set  e la dipendenza da alcol e droghe dell’attrice, comportassero grandi difficoltà per le riprese. Ma in tutti loro Marilyn ha lasciato un segno indelebile. Non ultimo Laurence Olivier, grande attore e regista britannico, che nel 1956 la diresse e recitò al suo fianco nel film “Il principe e la ballerina”.
Il primo lungometraggio cinematografico del regista Simon Curtis racconta proprio i retroscena della realizzazione di quel film. Ma, a discapito del titolo italiano, non aspettatevi un film biografico sulla bionda e procace attrice americana. L’opera è dedicata solo a quel particolare periodo della sua vita (aveva appena sposato lo scrittore Arthur Miller). Ma soprattutto, ella rivive grazie al ricordo e  al giovane sguardo di Colin Clarke.
Fresco di studi e amante del cinema, Colin (Eddie Redmayne), grazie alla sua grande determinazione, diventa il terzo assistente alla regia di  Laurence Olivier. Disposto a fare qualsiasi cosa per stare vicino ai suoi idoli, si ritroverà presto a tenere compagnia alla fragile e malata Marilyn ( dal quale è ammaliato a tal punto da trascurare una nascente storia d’amore), ancora più provata dalla partenza del marito Arthur Miller (tornato in patria dopo la breve luna di miele) e dalle pressioni subite sul set da parte di un Olivier sempre più meno incline a sopportare i “capricci” della diva.
Il film è tratto dai diari dello stesso Clarke intitolati “The Prince, the Showgirl and me” e “My week with Marilyn” (da cui il più appropriato titolo originale) e pubblicati nel 1995. Ed è proprio attraverso il suo sguardo ingenuo, sognante e innamorato che noi spettatori scopriamo Marilyn. Una donna (prima che un’attrice) fragilissima, desiderosa d’affetto, esageratamente insicura nonostante le conferme datele da suo enorme successo. Capace, sul set, di straordinarie doti interpretative scaturite dal suo istinto, ma che il giorno seguente non riesce a trovare il coraggio di presentarsi di nuovo di fronte alla cinepresa. Imbottita di farmaci per dormire, Marilyn è spesso soccorsa dai suoi collaboratori. Gli unici momenti di spensieratezza ( dove esce tutta la Monroe bambina che desidera solo essere amata) li passerà con Colin, che per distrarla un po’, le farà anche visitare Londra. E quella settimana insieme a lei rimarrà scolpita per sempre nel suo cuore.
Impossibile non identificarsi con il punto di vista del giovane Clarke. Come lui, viene voglia di proteggere quella creatura eterea ma fragile, che sembra pronta a piegarsi al primo soffio di vento. Vien voglia di abbracciarla e dirle che domani andrà tutto bene.
Ci si innamora di lei. Ma attenzione.. non di Marilyn… ma di Michelle Williams che interpreta Marilyn. La Williams infatti non imita la Monroe ma ne restituisce appieno il fascino, facendoci provare le stesse emozioni che probabilmente avremmo sperimentato con la vera Marilyn. E questo, ritengo, fa della Williams una straordinaria giovane interprete, giustamente premiata con il Golden Globe.
Sempre bravo anche Kenneth Branagh (quinta candidatura agli Oscar), un perfetto Laurence Olivier in continuo conflitto con la bionda diva (oltre che per i continui ritardi sul set, anche per il metodo recitativo) ma che dalla stessa, alla fine, verrà conquistato.
Da segnalare inoltre le presenze di Judie Dench (una garanzia!) e Emma Watson ( ex Hermione della saga di Harry Potter).
Il film di Curtis si presenta nostalgico; leggero e delicato come la sua principale protagonista. Si entra in punta di piedi in quello stralcio di vita dell’attrice più desiderata di sempre, venendo poi completamente travolti dal suo fascino senza tempo.
Per ricordarla, a cinquant’anni dalla sua prematura morte, mi è sembrato davvero un bel modo.



lunedì 4 giugno 2012

CHRONICLE (di J.Trank, 2012)


Nel panorama dei “found footage film”, cioè delle pellicole realizzate in modo che le immagini sembrano girate dagli stessi protagonisti con videocamera a mano, le idee sembravano ormai esaurite. Ma ecco invece affacciarsi un’opera che amplifica l’uso delle “finte riprese reali” rendendolo interamente funzionale al racconto.
Scritto e diretto dai giovanissimi (27 anni!) Max Landis e Josh Trank, il film narra le straordinarie “gesta” di tre ragazzi che, entrati in contatto con un misterioso blocco luminoso, acquistano improvvisamente il potere della telecinesi. Andrew, Matt e Steve impareranno presto a controllare i loro poteri potenziandone l’effetto. Spostano oggetti sempre più grandi, creano campi magnetici e arrivano addirittura a volare.
 Da grandi poteri, derivano grandi responsabilità”, ci ha insegnato Spiderman. Ma se il potere cade nelle mani sbagliate, le conseguenze possono essere devastanti. A differenza di Matt e Steve, Andrew è un ragazzo fragile, piegato da una situazione familiare drammatica ( la madre gravemente malata e il padre manesco ed alcolizzato) e alla continua ricerca di affermazione e accettazione. In lui i poteri sono più forti, armato com’è di rabbia e disperazione. Perderà il controllo, non distinguerà più il bene dal male ed entrerà in una spirale di autodistruzione che avrà il suo culmine nel delirio di onnipotenza finale.
Oltre ad Andrew, protagonista assoluta di questo racconto è la telecamera. Essa inizialmente rappresenta lo scudo dietro la quale il fragile ragazzo si nasconde e si protegge. La storia ci viene raccontata attraverso di lei, la quale combacia perfettamente con lo sguardo timido e impacciato di Andrew. Ma quando il ragazzo entrerà in possesso della capacità di muovere gli oggetti, tutto cambierà. Andrew passerà da spettatore passivo ad attore attivo, a creatore principale delle sua stessa storia. Controllerà la cinepresa non più nascondendosi dietro essa, ma standole davanti come per affermare con forza che lui, e solo lui, è fautore delle propria vita. La telecamera fluttuante (perché controllata non più dalle mani ma dalla mente di Andrew) filmerà le “avventure” di questi ragazzi in maniera diversa, sempre più sicura e implacabile. E’ famelica e  crudele, come lo sguardo (da “predatore”) di Andrew.
Se la trama a molti sembrerà “già vista”, ciò che rende originale Chronicle è proprio l’uso “finto-dilettante” della cinepresa che, a differenza di altre opere del genere, diventa un protagonista attivo invece che un semplice mezzo visivo finalizzato alla creazione di tensione e mistero.
Il film inoltre può facilmente inserirsi nel filone “super-eroistico alternativo” (da Kick-Ass al recente e sorprendente Super, passando per Watchmen) dove si preferisce mostrare il lato oscuro dell’eroe piuttosto che il suo alto senso etico e morale.
Ribadendo che la pellicola è interessante, è innegabile però l’incapacità del regista di mantenere alta l’attenzione. Il film (come gli altri del genere “found footage) si propone come un horror-thriller ma non riesce a mantenere costante la tensione nello spettatore. Peccato, a mio modesto parere, trascurabile per uno sceneggiatore (Landis) e un regista (Trank) giovani che possono solo migliorare. Da tenere d’occhio.
Lo stesso vale per gli semi-sconosciuti interpreti. In particolare per Dane DeHaan, anima e occhi azzurri (spettrali!) di Andrew. Convincente.




domenica 13 maggio 2012

ROMANZO DI UNA STRAGE (di M.T.Giordana, 2012)


Era il 9 maggio del 1978 quando il corpo dilaniato di Peppino Impastato fu ritrovato sui binari nei pressi della cittadina siciliana di Cinisi. Questo terribile omicidio di mafia, attuato ai danni di un giovane trentenne che con la sua radio libera (Radio Aut) si ribellava al capo mafia locale a colpi di satira, fu oscurato da un altro orribile fatto di sangue: il ritrovamento, lo stesso giorno, del corpo di Aldo Moro. Nel 2000, il regista milanese Marco Tullia Giordana dà finalmente la giusta visibilità a quell’orribile assassinio, realizzando un film intenso e struggente come I cento passi.
Dodici anni dopo, lo stesso Giordana decide di dar voce ad altri tre uomini. Tre vittime del primo attentato riconducibile alla cosiddetta “strategia della tensione”: la strage di Piazza Fontana.
Milano. 12 Dicembre 1969. Alle 16.37 viene fatta scoppiare una bomba all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura, provocando diciassette morti ottantotto feriti. Le indagini successive seguirono diverse piste tra cui quella anarchica e quella veneta neofascista, ma a tutt’oggi la strage di Piazza Fontana non ha colpevoli: né autori materiali, né mandanti.
Il film di Giordana ricostruisce in maniera fedele e cronologica i fatti immediatamente precedenti e seguenti alla scoppio dell’ordigno, concentrandosi soprattutto sulle figure principali. In particolare sulle tre vittime non conteggiate: l’anarchico Pinelli, il commissario Calabresi e il presidente Aldo Moro. Diviso in capitoli proprio come un romanzo, quello di Giordana è un film duro, asciutto che cerca l’empatia con lo spettatore non attraverso mezzi artificiali o immagini spettacolari ma solo con la forza dei fatti narrati.
Della stessa natura, essenziale e sobria, l ‘interpretazione degli attori, quasi a non oscurare con inutili virtuosismi le persone reali che quella tragedia l’hanno vissuta sulla loro pelle. Mi riferisco soprattutto agli attori che regalano i loro corpi e le loro anime ai protagonisti.
Pierfrancesco Favino è un Pinelli genuino, forse un po’ingenuo, a rappresentare bene l’innocente preso come capro espiatorio e al quale suicidio “non ci crede nessuno” (come dichiara Il Professore, impersonato da Giorgio Tirabassi). Valerio Mastrandrea invece ci regala un Calabresi malinconico, sofferente come chi conosce già il suo destino ( venne assassinato il 17 maggio del 1972). Il suo è lo sguardo di chi vuole arrivare alla verità ma sa già che pagherà con la vita. Anche l’Aldo Moro di Fabrizio Gifuni è un uomo consapevole del proprio destino. In questo caso l’attore ci restituisce un’ interpretazione sentita, sfiorando la mimesi con il vero Moro.
Di prim’ordine anche il resto del cast: Luigi Lo Cascio (già Peppino Impastato per Giordana), nei panni del giudice Paolillo. Michaela Cescon e Laura Chiatti le misurate Signore Pinelli e Calabresi. Omero Antoniutti un energico Giuseppe Saragat. Non ultimi gli attori Fasolo, Marchesi e Anselmi interpreti (con tanto di dialetto) dei militanti veneti di Ordine Nuovo.
Giordana crea un parallelismo tra Pinelli e Calabresi, a sottolineare un invisibile legame, un unico destino. Entrambi, prima di andare incontro alla morte, riceveranno un ultimo atto d’amore e di affetto da parte delle loro mogli. Un gesto semplice, consueto ma che per quei due uomini sarà l’ultimo: una sciarpa contro il freddo per Pinelli; una cravatta più adeguata per Calabresi.
Troppe volte abbiamo visto gli stessi sguardi di Calabresi e Moro nella nostra tragica storia italiana. Pochi invece i film che ce li hanno restituiti. Che parlano delle pagine buie del “romanzo” del nostro paese. In un panorama cinematografico dove la commedia la fa da padrone, dove si vuole ridere per dimenticare la realtà ( a causa della crisi, si dice), è ormai scomparso il cinema d’inchiesta, quello che parla del passato per capire il presente. Giordana con I cento passi e Romanzo di una strage ce l’ha restituito. Sono pellicole difficili le sue, ma importanti perché non hanno paura di fare nomi e cognomi e di dare la giusta visibilità a quegli uomini e a quelle donne che hanno pagato duramente per la verità.
I film difficili servono. Servono a  non dimenticare. Ridere è importante; ma lo è altrettanto ricordare.




David’s news: Romanzo di una strage ha concorso con successo ai David di Donatello 2012.
Ecco i principali vincitori:

MIGLIOR FILM
Cesare deve morire (F.lli Taviani)

MIGLIOR REGIA
F.lli Taviani (Cesare deve morire)

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA
Michel Piccoli (Habemus Papam)

MIGLIOR ATTRICE PROTACONISTA
Zhao Tao (Io sono lì)

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA
Pierfrancesco Favino (Romanzo di una Strage)

MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA
Michela Cescon (Romanzo di una Strage)

MIGLIOR SCENEGGIATURA
Umberto Contarello e Paolo Sorrentino (This must be the place)

MIGLIOR FOTOGRAFIA
Luca Bigazzi (This must be the place)

MIGLIOR MUSICISTA
David Byrne e Will Oldham (This must be the place)

MIGLIOR FILM DELL’UNIONE EUROPEA
Quasi Amici (Olivier Nakache e Eric Toledano)

MIGLIOR FILM STRANIERO
Una separazione (Asghar Farhadi)

domenica 6 maggio 2012

THE AVENGERS (di J.Whedon, 2012)


Ho adorato l’Iron Man (il primo!) dalla faccia da schiaffi di Robert Downey Jr. Non mi sono entusiasmata per Captain America, al quale ho preferito lo “sheakespeariano” (ma non troppo) Thor di Kenneth Branagh. E sono forse tra i pochi ad aver amato l’Hulk di Ang Lee.
Con queste premesse, accompagnate da non poca preoccupazione, mi sono approcciata a The Avengers. La presunzione di sapere che cosa aspettarmi (una mega, coloratissima e fracassona americanata) ha presto lasciato il posto al divertimento e lo stupore per un popcorn-movie tutto sì effetti speciali, ma con personaggi ben delineati e una buona dose di humour.
Basato sull’albo uscito nel 1963, il film  rappresenta un crossover tra i personaggi principali di alcune pellicole targate Marvel (i supereroi già citati) al quale si aggiungono la sexy spia Vedova Nera (forse prossimo spin-off) e l’arciere Occhio di Falco. Quest’ultimi sono agenti speciali dello S.H.I.E.L.D. , l’organizzazione spionistica e militare per il mantenimento della pace, che fa capo al colonello Nick Fury. Ideata per far fronte a gravi minacce di livello internazionale, la S.H.I.E.L.D ha in seno un progetto segretissimo denominato “Vendicatori”. Esso prevede il reclutamento di “soldati” dotati di capacità uniche, in grado di vincere battaglie ad altissimo grado di pericolosità. Quando il nostro pianeta viene minacciato dal dio scandinavo Locki (fratellastro “adottato” di Thor) con il suo esercito di alieni (i Chitauri), Fury comprende che l’unica speranza è l’avvio del progetto. Tony Stark/Iron Man (uno dei pochi a conoscere il progetto), Steve Rogers/Captain America, Bruce Banner/Hulk e lo stesso Thor si aggiungono perciò a Natasha Romanoff/Vedova Nera e Clint Barton/Occhio di Falco per formare una squadra (una specialissima “task force”) dai poteri a dir poco formidabili.
Se le straordinarie capacità dei singoli eroi sono scontate, non lo sono altrettanto le loro “abilità” di collaborazione. L’altruismo e i solidi principi del Capitano Rogers cozzano con l’ego gigantesco e sbruffone di Tony Stark, che a sua volta entra i conflitto con la megalomania “divina” del potente Thor. E le provocazioni sempre del solito Stark, mettono a dura prova il precario equilibrio psicologico del Dott.Banner. Ma presto battibecchi e sciocche “botte da orbi” (divertente il combattimento tra Iron Man e Thor al quale è costretto metter fine Captain America), dovranno essere messe da parte, perché solo nell’unione c’è la vera forza. Così, dietro il solido scudo (sarà un caso che l’agenzia si chiami Shield?!) di Captain America (il vero vendicatore-soldato in grado di coordinare un’azione di guerra) i nostri eroi affronteranno uniti un’ epica battaglia per la salvezza della Terra.
Il regista Joss Whedon (Buffy l’ammazzavampiri) ha affrontato un’impresa quasi titanica. E’ riuscito a ritagliare il giusto spazio per ogni personaggio/protagonista di questo film, realizzando una pellicola di lunga durata (quasi 2 ore e mezza) ma divertente, non noiosa e con dialoghi gustosi ( le battute di Downey Jr. su tutti). La lunga battaglia finale (oltre ad essere un esplosione di effetti speciali di “trasformerniana” memoria) non stanca, in quanto intervallata a sorpresa da divertenti gag con protagonista il serioso Hulk.
Azzeccata inoltre la scelta degli attori. In aggiunta al perfetto Robert-Iron Man-Downey Jr., ottima la new entry Mark Ruffalo che sostituisce Edward Norton nei “verdi” panni di Hulk. Il viso da bravo ragazzo di Chris Evans incarna al meglio l’americanissimo Capitano ( ai posteri la sua battuta “Hulk…spacca!”), mentre rimane poco convincente il Thor dell’australiano Chris Hemsworth. Sexy e allo stesso tempo algida la Vedova Nera di Scarlett Johansson; robusta la performance di Jeremy Renner per Occhio di Falco. Un po’ sullo sfondo ma sempre impeccabile Samuel L. Jackson nei panni di Nick Fury. Da menzionare (lo si dovrebbe fare più spesso!) anche Clark Gregg, interprete dell’agente Phil Coulson (già visto in Iron Man). Ma il primo premio va a Tom Hiddleston, giovane attore inglese, che regala al suo Locki uno sguardo glaciale, in fondo al quale però si nasconde una grande sofferenza e fragilità. Già impeccabile in Thor, non ha deluso le aspettative. Per me, il migliore.
Per concludere alcune curiosità: l’Hulk di Ruffalo è l’unico (rispetto a i due precedenti) realizzato in "motion capture".  Si permette così all’attore di riconoscere le proprie espressioni nel personaggio. The Avengers è il primo film della Marvel ad essere distribuito dalla Disney, che ha acquistato gli eroi creati da Stan Lee nell’agosto del 2009 per una cifra pari a 4 miliardi di dollari.



martedì 17 aprile 2012

HYSTERIA ( di T. Wexel, 2012)


Anche il più famoso “sex toy” del mondo ha avuto il suo inventore. Pare infatti che il “vibratore” sia stato ideato dal medico britannico Mortimer Granville alla fine dell’Ottocento. Creato inizialmente per curare problemi muscolari, il “vibratore” fu presto impiegato per la cura dell’isteria femminile.
La regista Tanya Wexel romanza questo documentato fatto storico restituendoci un film divertente, elegante e mai volgare (nonostante il pruriginoso tema!) arricchendo poi il soggetto di argomenti come il femminismo e la condizione della donna nella “bigotta” Londra vittoriana.
1880. Mortimer Granville (Hugh Dancy) è un giovane medico con idee progressiste (crede nella teoria dei germi e sostiene l’importanza dell’igiene nella pratica medica). Proprio a causa di quest’ultime non riesce a conservare un impiego fisso. Disoccupato per l’ennesima volta Granville entra per caso in contatto con il Dott. Dalrymple (Jonathan Pryce) specializzato in medicina femminile e in particolare nella cura dell’isteria. La terapia consiste nel “sollecitare” le parti più intime delle “bisognose” signore londinesi provocando così parossismi che attenuano i sintomi della patologia. Costretto a praticare quotidianamente la particolare procedura “manualmente”, Granville, diventato assistente del Dott. Dalrymple, dovrà ben presto fare i conti con forti crampi alla mano destra. Licenziato perché incapace di “soddisfare” le proprie pazienti, Granvillle troverà un’ “elettrica” soluzione grazie al cugino Edmund (uno spassoso Rupert Everett) con la passione per le nuove tecnologie.
L’altra protagonista di questa simpatica pellicola è Charlotte (una brava Maggie Gyllenhaal) figlia del Dott. Dalrymple, femminista convinta e con una vera missione medica (gestisce una casa famiglia per i poveri). Sarà lei a far comprendere al nostro giovane medico che la maschilista diagnosi dell’isteria (l’ultima risale al 1952!) è solo un ombrello sotto il quale raccogliere disturbi di ogni tipo come depressione, ansia, insonnia a frigidità. Sintomi, per la metà delle donne di Londra ai tempi della Regina Vittoria, non di una patologia ma della mancanza di libertà sociale, culturale, elettorale e sessuale.
Il film si presenta delizioso sotto vari aspetti. A partire dai fondali che descrivono il diverso carattere delle sorelle Dalrymple: colori pastello per la dolce e “per bene” Emily, a tinte grigie quelli della casa famiglia della ribelle e appassionata Charlotte. Delicato il modo in cui la regista affronta il tema dell’ orgasmo clitorideo (ritenuto ai quei tempi impossibile!) senza indugiare i particolari morbosi.
Innegabile però il fatto che  l’opera  presenta qualche limite. Alcune scene si dimostrano troppo lunghe(e a volte poco importanti per la storia), forse per sopperire la mancanza di idee brillanti. La trama infatti si sviluppa in maniera lineare, senza particolari scossoni fino ad una romantica conclusione prevedibile e non troppo originale.
Alcuni ritengono che la Wexel avrebbe dovuto osare di più visto il tema, ma personalmente penso che l’eleganza scelta dalla regista sia, di questi tempi, comunque da apprezzare.
Se avete voglia di rilassavi, sorridere e riflettere un po’, Hysteria è il giusto intrattenimento.
E’ proprio il caso di dire….godetevelo!